RETROGRAFIE: LOU REED - Transformer (1972, RCA Records)

Ritengo sia superfluo versare fiumi di inchiostro, o digitare migliaia di combinazioni su una tastiera QWERTY, per tessere le lodi di un gruppo fondamentale come i Velvet Underground, nè tantomeno emulare centinaia di addetti ai lavori o semplici fan di Lou Reed. E' superfluo, banale e troppo zuccheroso riempire queste righe di tributi, omaggi e riconoscimenti al genio americano, la voce di un'epoca e il rappresentante di quel velluto sotterraneo che scorreva dentro i suoni all'avanguardia e sperimentali del disco con la banana o di luce bianca/colpo bianco. Conosciamo tutti la bellezza di Sunday morning, piacerebbe a tutti quanti essere invitati in tutte le feste di domani, così come vorremmo avere una sorella che si chiama Ray. Mi limiterò a fare un parallelismo con altre due entità spirituali del panorama americano dei '60 e '70: Bob Dylan e Neil Young. Se Dylan è stato il portavoce e la bandiera dei disadattati e dei losers (vedi Like a Rolling Stone oppure Blowin' in the wind), mentre Young ha cantato le vicende di un popolo incredibilmente legato alle proprie origini, gettando un ponte tra chi è un folker e chi invece lo ascoltava da un salotto parigino, Reed è semplicemente un frequentatore di bar sulla Route '66, che ama rendere piacevole la compagnia degli altri astanti, raccontando loro aneddoti. E' un poeta travestito da uomo comune, e questo è uno dei più grandi paradossi della storia: un uomo straordinario che mette in musica storie ordinarie, ma i cui protagonisti sono dei borderline, personaggi che fecero la fortuna di Boccaccio (decameron)Chaucer (Canterbury's Tales), Bukowski (Confessioni di un Codardo) e Miller (Tropico del Cancro). La parte musicale è quella che si può definire come un carosello a metà tra il passato e l'avanguardia, con canzoni da one shot-one hit: tutti potenziali singoli, ed alcuni diventeranno i veri cult di due o tre generazioni, rendendo immortale e straordinario questo disco. Se dessimo un voto finale, sarebbe un'offesa perchè Transformer merita di essere ascoltato a prescindere da un numero, dato che le cifre e le classifiche non contano nulla davanti a qualcosa che è semplicemente bello. Transformer perchè il disco si evolve e vede poche soluzioni ripetute (se vogliamo Andy's Chest e satellite hanno una base melodica simile ed entrambe registrate nel periodo con i Velvet Underground), ma si tratta di episodi che vanno a formare una collana, un'album di foto nel quale sono impresse immagini particolari. E' il caso del vizioso (Vicious) che è a metà tra l'essere gay e l'essere allegro, oppure la piccola e smorfiosa Jeanny, che fumava sigarette al mentolo e si faceva sbattere in anticamera (Hangin' round). Holly, attraversando gli USA, è diventato una "lei" e invita qualcuno a "fare una passeggiata sul lato selvaggio" (Walk on the wild side). Personaggi usciti dalla letteratura beatnik e dal carrozzone di personaggi della Parigi degli anni trenta. Ogni storia narrata ha una base melodica che l'accompagna, che risente tantissimo dell'esperienza con Andy Warhol e dell'amicizia con un altro grandissimo musicista, il vero Mr. Velvet Goldmine, alias Ziggy Stardust. E' lo stesso anno di Ziggy e dei ragni da Marte e Bowie decide di produrre questo secondo lavoro di Reed, spargendo quella polvere di stelle che permetterà di volare in alto nelle classifiche, rendendo mainstream il disco come la polvere di Peter Pan faceva levitare Wendy verso Neverland. Il lato più triviale della storia vuole che la RCA, casa discografica acconsentì a produrre un secondo disco, nonostante il "fallimento dell'esordio di Reed, a patto che della produzione si occupasse David Bowie. E di questo non possiamo che esserne felici e ringraziare il cielo. La produzione e la tecnica sono impeccabili e forse un pò troppo "inglesi", controaltare di quel muro di feedback e distorsione che rese grandi i VU, rendendoli padri dell'underground americano e anticipatori di tante tendenza, compreso il movimento stilistico musicale chiamato shoegaze. Un album senza tempo, da amare e apprezzare, per tutte le stagioni e tutti i gusti.

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