KYLESA - Static Tensions (2009, Prostethic records)

Nel 2016, tramite un comunicato via facebook, il gruppo di Savannah (Georgia, US), dopo 15 anni si attività è in pausa a tempo indeterminato. Ripropongo una review del loro disco migliore, a mio modesto parere.  Ci sono due termini adatti a focalizzare questo disco e quei due termini sono probabilmente "intreccio" e "groove". Il primo riguarda il grande lavoro compiuto dalla band, sia nella fase di scrittura che di registrazione, sugli strumenti e le parti vocali. I semi del rinnovamento erano già presenti in Time Will Fuse its worth (2006), ma apparivano più sporchi e acerbi. Le componenti sludge e metal, infatti, erano sicuramente più notevoli ma si rischiava di offrire una prova che fosse eccessivamente potente a discapito della melodia e della ricerca. In Static Tensions invece c'è una costante ricerca delle nuove soluzioni, dovuta ad un intreccio assolutamente ineccepibile tra gli elementi che erano già un punto di forza nei predecessori ma che ora appaiono calibrati. Confermare la scelte delle due batterie potenzia una sezione ritmica che spazia tra la jam prog e l'efficacia delle parti più incalzanti metal, tra la violenza sludge ed il groove. I riff e le parti di chitarra sono maliziosamente studiate e duettano alla perfezione, così come le due voci - maschile e femminile - ora si contrastano, ora si completano. Il secondo elemento caratterizzante è il groove, la ripetitività di certi riff o di certe battute rafforza quella maggiore sperimentazione sonora esaltata dall'ottimo lavoro di Laura Pleasant. A tutto questo aggiungete una pulizia che non significa tradimento delle sonorità che li hanno portati fino a questo punto, ma semmai un labor limae che ha portato a levigare un sound in partenza mastodon-melviniano e figlio di sonorità hardcore-sludge. Lo schema delle canzoni non è mai statico, ma in tensione pur presentando dei elementi comuni e che fungono da filo conduttore: questa è la mia personale spiegazione del titolo. Static Tensions è il capolavoro della scuola Kylesa, e rimane, a distanza di anni, il punto più alto in tutto, a partire dall'ottimo artwork di John Dyer Baizley (cantante e chitarrista dei concittadini Baroness). Disco capace di accontentare tutti, da chi apprezza i brani più coinvolgenti e veloci (Insomnia for months, scapegoat, almost lost) ad i brani più compassati e complessi (running red, to walk alone, unknown awareness), senza offrire un momento di calo creativo o di sosta. 

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