GOATSNAKE – Black age blues (2015, Southern Lord records)
Se vi dicessi Scott Reeder (Kyuss, The Obsessed, Unida, Sun and sails, Tool), Greg Rogers (the Obsessed), Greg Anderson (Sunn O))), The Obsessed, Burning Witch, Thor’s Hammer, Teeth of the lions rules the divine) e Pete Stahl (Earthlings? Scream, Wool), saresti incuriositi a sentire un gruppo del genere? La vostra curiosità sarebbe soddisfatta cercando il CV dei californiani Goatsnake. Un ritorno gradito, ed inaspettato dopo 15 anni di silenzio, per il sottoscritto in un genere che ormai faceva fatica a tenersi al passo con i tempi e risultava ciclostilato e senza grandissimi picchi fuori dalla formula brevettata, consumata ed abusata. Con questo non voglio assolutamente dire che il doom (doom blues, in questo caso) sia un genere musicale di scarsa qualità, perché ogni anno escono nuovi lavori di band emergenti o consolidate che aggiungono dischi di valore. Ma pur sempre all’interno di una corrente musicale chiusa nel proprio recinto e che, come un ragno, ricava da se stessa gli elementi per costruire la trama della ragnatela. Canovaccio sonoro che si autorigenera ma rischia di non riuscire a raggiungere appassionati che non trascorrono tempo lungo quelle coordinate sonore. Fortunatamente sono arrivati i Goatsnake di Pete Stalh e Greg Anderson con un meraviglioso lavoro di doom-blues, con elementi gospel/southern e rock n’roll da applausi. Diverso da buona parte della rocciosa e massiccia produzione, intravista in superbi lavori come l’omonimo del 1999. Divertente, fresco, frenetico, con grande groove ed energia. E Pete Stahl, nella sua atipicità, si conferma miglior voce dell’intera scena e garantisce ai Goatsnake se non il primato nel genere, quantomeno il podio. I brani restano impressi in mente, i ritornelli sono azzeccati, i riff – per quanto rudimentali e basic – si piantano in testa ma sono le piccole chicche disseminate per il disco che trasformano Black Age Blues in una perla del genere. Raramente avevo sentito un disco doom-blues con una attitudine pop, perché i ritornelli di Elevated Man, another river to cross e la self titled hanno un piglio da classifica e sono degli istant classic. Tuttavia il disco si arena leggermente nella seconda parte, risultano leggermente meno interessante rispetto ai primi cinque brani. Unica critica che mi soggiunge contro questo magnifico lavoro. Ultima chicca: l’arpeggio iniziale dell’opener è opera di David Pajo degli Slint.

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