RETROGRAFIE: CREAM - Fresh Cream (1966, Polydor)



1966. La data è importante, se non fondamentale per capire come il Rock, nel giro di 4 anni, cambierà totalmente diventando principe ed assoluto imperatore dell'universo musicale, relegando jazz e blues al ruolo di meri subalterni. Il Rock incendia e prende fuoco, come cantava Jimi Hendrix in "Fire", lui che di fuoco se ne intendeva come un piromane della scala musicale, un firestarter degli assoli che erano incandescenti come la sua stratos sul palco di Woodstock nel 1967. Nel 1966 non avevano fatto ancora la loro comparsa a livello mondiale alcuni dei maggiori esponenti del rock: Jim Morrison e Manzarek stavano ancora sulla spiaggia di Venice Queen, Robert Plant cazzeggiava in Uk, Lemmy imparava ad usare il basso nei suoi Hawkwind, Blackmore studiava nuovi assoli e John Michael Osbourne diventerà presto famoso col nome di Ozzy. In quegli anni Dylan era il dominatore incontrastato, c'erano Cash e i Beatles, gli Stones e i Blues Magoos: tutta gente che aveva a che fare, chi più chi meno, con il blues. E Fresh Cream è formalmente un album di blues revival: ha la struttura, la durata delle canzoni, i pezzi e le cover di grandi bluesman. E poi ci suona Eric Clapton, che usciva da due esperienze formative illuminanti come quelle con Yardbyids e Bluesbreacker di John Mayall. Queste due scuole gli avevano fruttato il titolo di enfant prodige del blues-rock, ed a Londra i muri iniziavano ad essere coperti dalle scritte Eric Clapton is God. Capirete bene che ci troviamo di fronte ad un gruppo eccezionale, uno dei migliori power trio che abbiano mai deciso di deliziarci con buona musica, se non fosse per il fatto che la loro influenza sui decenni a venire  sia immensa e gruppi meno famosi inizieranno già ad emularli sin dal 1968. In tutto, dal basso di Jack Bruce, una delle voci più spettacolari degli anni '60, alla ritmica di Ginger Baker,  forse il primo vero drum-hero della storia, colui che fu capace di trasformare uno strumento da semplice accompagnatore a coprotagonista. Se gli assoli e le improvvisazioni avevano caratterizzato le esibizioni dei batteristi jazz afroamericani, un bianco che suonava blues e rock e proponeva assoluti deliranti (come nel caso di Toad, un delirio di assolo di batteria) non era cosa che si vedesse tutti i giorni. Ci sono anche le cover, riarrangiate e rimescolate negli assoli e nella dinamica: Four until late, del maestro dei crossroads Robert JohnsonRollin' and tumblin' di Muddy WatersSpoonful del bassista Willie DixonI'm so glad di Skip James, e la ballata tradizionale cat's squirrel. Si tratta dunque di un disco a metà tra il tributo dei grandi del blues e per metà composto da canzoni nuove, catchy, tra il blues rock e l'acid blues, che nasce proprio in quegli anni con le esibizioni dal vivo dei Cream. L'aria che si respira è una continua escalation di felicità, emozione, senso di libertà e voglia di vivere (I'm so free, N.S.U., I'm so glad, wrapping paper) nonostante vi siano anche dei brani di pura e semplice sofferenza blues, accompagnati da riff eccezionali, voci e armoniche spettacolari, una batteria posseduta come se fosse la magia nera del voodoo a prendere il controllo degli arti di Baker e costringerlo a suonare la musica del Loa  Papa Legba. Questo è uno dei capolavori del rock, per importanza, bellezza e seminalità, non esistendo un punto in cui la qualità cali o sia minore rispetto agli altri. Undici brani, undici perle che si incastonano nell'arabesco intrecciato dal rapsodo Clapton e dal cantante Bruce. Prendetevi questo lavoro, perchè solo sentendolo capirete come, assieme a Disraeli Gears, abbia avuto la sua importanza nel rock.

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