RETROGRAFIE: TOM WAITS - Closing Time (1973, Asylum Records)
L’esordio di Tom Waits, californiano classe ’49, è il primo approccio del cantautore al mondo della musica. Sicuramente un disco acerbo, una prima prova che non ebbe la stessa fortuna di dischi di altre bands ed altri artisti. Tuttavia si intravede un potenziale assolutamente disarmante, mostrando in 45 minuti i germi del Waits pensiero. Se, infatti, il disco non mostra quella che sarà la vena sperimentale che caratterizzerà l’opera di Waits a partire dalla fine degli anni settanta, è altrettanto vero che sono soprattutto le parole e le atmosfere che hanno trasformato l’artista di origini britanniche in un vero e proprio “oggetto” di culto. Personaggio di riferimento per tanti, musicisti o meno, Waits è l’anello di congiunzione tra i personaggi di romanzi della beat generation, di Bukowski e Cèline ed i disadattati di De Maupassant e Faulkner. Waits é, senza ombra di dubbio, uno dei più attenti cronisti del quotidiano ed osservatori dei sobborghi americani. Ma non solo. Il suo approccio stilistico è figlio del jazz fumoso dei club pre-bebop, del blues di Chicago e del folk cantautorale dei Cash, Dylan e Cohen. Ho parlato volutamente di questo lavoro definendolo acerbo non perché sia un LP di basso profilo. Anzi, è uno splendido lavoro con delle canzoni eccellenti (non a caso “Martha” venne reinterpretata l’anno successivo da un altro mostro sacro della musica, ossia Tim Buckley), ma in cui appunto il sound è ancorato a stilemi e sonorità che rappresentavano l’ossatura del panorama americano da oltre quindici-venti anni. Un brano come “old shoes (and picture postcards)” è un blues traballante, dal retrogusto country, che richiama le atmosfere della Louisiana. Lo stesso potrebbe dirsi per la struggente “Rosie”. Non è un particolare da poco il fatto che diverse tracce siano dedicate alle donne, croce e delizia di tanti musicisti dell’epoca. Ma Waits ha sempre visto l’amore come un qualcosa di indefinibile, pericoloso quanto indispensabile. Ma quasi votato all’autodistruzione di chi lo incontra: “I hope that I don’t fall in love with you” è una dichiarazione di intenti. Su una base di accordi semplici ed efficaci, viene raccontato il percorso che porta da Waits nasce come pianista ed appassionato di letteratura e poesia, stregato dal jazz e dal blues. Come tantissimi della sua generazione, ma ha sempre riassunto la sua visione del tutto con una frase straordinaria per contenuti e sagacia. “Preferisco un fallimento alle mie condizioni, che un successo alle condizioni altrui”.
Considerazione: Antonello Venditti è stato spaventosamente influenzato da Tom Waits. Prendete una canzone come Martha, traducetela in italiano e fatela cantare da Venditti. E poi ditemi che non sarebbe un capolavoro assoluto.
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