BOCCIATURE: THE STROKES - Comedown Machine (2013, RCA Records)

E’ un disco che necessita di almeno quattro-cinque ascolti per rimanere impresso, perché scivola via senza lasciare ricordi vividi nella mente dell’ascoltatore. Lo stile è quello già sviluppato nel precedente Angles (2011, un gradino superiore a CM), ma Casablancas  che impiega in maniera notevole l'uso del farsetto nelle scelte canore. Un disco che non è né buono, né malvagio ma che strizza l’occhio a quell’ondata di revival post-punk/dance/indie che aveva invaso le scene nella seconda metà del decennio che aveva aperto il millennio. Ad esempio un brano come “Welcome to Japan” a me ricorda, in alcuni frangenti, i Franz Ferdinand che virano sul synth pop. Non a caso le tracce più interessanti, a mio parere, sono quelle che replicano un ritorno verso le sonorità garage-lo fi dei primi dischi, con voce sporca e raschiata, attitudine proto-punk e ritmo più incalzante come nel brano “50/50”. Ovviamente io ritengo il loro apice  l'accoppiata Is this It (2001) e Room on Fire (2003), ed anche  in First impression on Earth  mi erano piaciuti, anche per il lavoro chitarristico a metà tra l’indie ed il noise melodico. Ma Comedown è privo di ispirazione, privo di desiderio di sperimentare e che ha poco peso.  Un albumo onesto, che raggiunge la sufficienza per due motivi.
Ospita alcuni brani che  risultano orecchiabili e piacevoli, come welcome to japan, 80’s comedown Machine, 50 50, happy endings). In secondo luogo sussiste un (felbile) cambiare radicale stile, rispetto alla no wave-indie degli esordi,  proseguendo l’ammorbidimento iniziato in Angles, con questa virata verso il pop anni ‘80,  che va rispettata.
L’altro volto della medaglia è rappresentata da una altalenante prova complessiva dei singoli musicisti, con JC in primo luogo sembra un misto tra Prince, un esponente sfigato della new romantic ed un punk-garage. Tuttavia ci sono dei pezzi francamente orribili, manieristici e che abbassano gli Strokes al livello di una qualsiasi band post-post pop/punk/indie. Ed altri pezzi che d’accordo sperimentare, ma almeno lo si sappia fare perché  altrimenti escono fuori delle cose inascoltabili.

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