BIBBIA DELL'HEAVY 'N LOUD: JULY- self titled (1968, Minor Label, Epic Records)

I britannici July infatti nacquero intorno al 1966 e, dopo una serie di cambi di nomi (The Playboys, Thoughts, Tomcats) e altrettanti cambi di registri sonori, nel 1968 pubblicarono il loro unico Lp, omonimo per due etichette diverse come era abitudine dell'epoca.  Due major per la precisione, ossia l'inglese Minor Label per la distribuzione europea e l'americana Epic Records. Il gruppo ha un sound caratteristico degli anni passando dal r'n'r garage e beat pop, tipici della British Invasion,  mischiando il tutto con il blues e sonorità indiane che li fanno apparire come un misto tra i Beatles di Revolver e Sgt. Pepper, le musiche indiane di un gruppo come i Kula Shaker e Cornershops  (ve li ricordate? quelli di Brimful of Asha) e la psichedelia della costa ovest statunitense (grateful dead, Jefferson Airplane). Nonostante i membri del gruppo fossero tecnicamente dotati e abbiano in seguito avuto parte in progetti e dischi celebri (il vocalist figura nei credits di Tubular Bells di Oldfield, mentre il bassista suonò con cat Stevens) non ebbero mai il successo meritato e si sciolsero nel 1969. Strano ma vero, July è uno dei più interessanti dischi della psichedelia britannica nel puro e crudo senso del termine: sonorità catchy e beat mischiate con una produzione che permetteva questo senso di alienazione nelle vocals, sonorità esotiche e tipiche dei viaggi in India grazie all'uso di strumenti come il flauto, il sitar e chitarre particolarmente distorte e visionarie. Resta, innanzitutto, il dispiacere che un gruppo così abbia lasciato in eredità solo un disco. Per quanto bello sia, c'erano dei margini per sperimentare e sviluppare alcuni sentimenti e suoni disseminati per il lavoro. Oltre alla vicinanza con i Beatles di Rubber Soul, Sgt Peppers e Magical Mistery Tour, io ci sento una forte coesione con i Love, i Blues Magoos ed i 13th Floor Elevators. Su alcuni frangenti ricordano anche i Pink Floyd dell'era Barrettiana ed il conseguente Madcap Laughs del diamante pazzo. Un disco che ha una forte matrice blues e psichedelica, con arrangiamenti pop a cavallo tra un'attitudine barocca ed il beat rock. Quello che diverte è la scelta di utilizzare alcune percussioni e suoni più particolari, le doppie voci, alcune linee di basso in grande spolvero che regalano momenti vicini al soul ed r'nb della fine dei '60 e primi '70. Una traccia esemplificativa della ricchezza del materiale è, secondo il mio parere, una You Missed It all. In un passaggio si sente anche il cantautorato di Battisti. In chiusura siamo dinnanzi ad un gruppo che verrà apprezzato dai fan dei beatles (The Way è la loro Tomorrow Never Knows, con la scelta di sonorità Ragga molto vicine a quelle apprezzate da Brian Jones e MCCaurtney) e del blues pischedelico di fine anni '60. Qualcuno potrebbe considerarli derivativi, qualcun altro invece resterà affascinato da questa perla nascosta degli anni sessanta.

Commenti

Post popolari in questo blog

Brevi considerazioni sul rock demenziale. In difesa degli Skiantos

BECK - Mutations (1998, Geffen)

VINICIO CAPOSSELA - Rebetiko gymnastas (2012, La Cupa/Warner Music)